Fermati

Sto crollando. 

La mia testa è dolente.

Ho l’anima persa non so bene dove ma dovessi raccontarne il perché, saprei bene cosa esprimere con poca voce e quella tristezza violacea che mi si è fermata intorno agli occhi. 

Non riesco a vederla la mia anima: mi ascolto vuota, mi muovo senza espressione facciale, un viso rigido che risulta assente alla gente, alle circostanze agli avvenimenti. 

Il mio corpo sbatte a terra senza avere prudenza di farsi male, la pressione scende all’improvviso e la parola d’ordine rimane sempre la stessa: fermati. 

Hai bisogno di stare ferma e ritrovarti. Perderti non è una concessione che sei abituata a permetterti e se anche hai sbagliato nel farlo, impara almeno una volta a perdonarti, concediti una carezza nei capelli e magari anche sul viso pallido e stanco. 

Penso di avere bisogno di questo.

Forse. 

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Ho imparato 

Ho imparato che vivere a denti stretti Significa sentire dolore costante alla mandibola

E che la rabbia non è solo un ‘espressione ma anche un sentimento. 
Ho imparato che sono capace di tenere la testa alta 

Anche quando vengo stretta al muro e presa a pugni nello stomaco

E che il sangue non è l’unico sinonimo di dolore. 
Ho imparato che la parola ” casa ” può identificare anche una meta 

E non solo il posto in cui hai abitato 

E che i fiori dei giardini appassiscono anche se riempi loro i vasi di acqua ma non tagli i rami secchi. 
Ho imparato che lasciare andare libera dalle catene

E che trattenere spesso significa imprigionarsi da soli.
Ho imparato che nelle vene scorre un battito fisiologico naturale che irrora il corpo

Lo impregna – che tu lo voglia o no – di sentimenti ristagnanti nelle viscere. 
Ho imparato che andare via non significa per forza fuggire 

Ma mostrarsi al mondo e darsi delle opportunità. 

Io e Te


Esisti, come quanto è vero che esisto io. Se morire vuol dire solo non essere visti, allora tu non sei morto come quanto è vero che non sono morta io. 

Poiché io assai volte mi sono smarrita è più vero che sono morta io che tu. 

Non c’è morte finché in questa grande casa che ci hai lasciato regna il silenzio, rimango sola e assente. 
Chiudendo gli occhi sento ancora i tuoi passi e il tonfo netto del tuo bastone di legno, degno e fedele alleato dei tuoi passi stanchi, di ricordi di guerra – quando ti hanno mandato a difendere la Patria – pesanti e colorati di rosso: rosso che significa solo vedere scorrere sangue nei fiumi, durante i temporali, sulle piastre di gelo e sulla neve. Sangue che riempiva i solchi della terra straniera arsa dal sole come fosse acqua di una diga appena aperta. 
Tutt’ora non sono ancora capace di continuare a scrivere di te. 

L’oggetto del desiderio 

Riflettevo sul concetto di perfezione e inperfezione, non nel senso più generico quello cioè che di solito siamo abituati a dare al senso della vita. Ci riflettevo rispettto al concetto di sè stessi e dei propri bisogni. 

Ho pensato che siamo portati a percepire gli altri rispetto a quale bisogno facciamo prevalere o dobbiamo soddisfare, così facendo attribuiamo forme e dimensioni – traducibili in caratteristiche affettive ed emotive nonché tratti caratteriali più riconducibili al senso dell’anima – che non sono altro che il frutto di euristiche cognitive che la nostra mente cerca di generare per riempire delle mancanze. 

L’aspettativa personale, in questi casi, diventa al tempo stesso alta e ingestibile tanto da ricercare nell’oggetto ambito tanto quanto spinge il nostro bisogno motivazionale di appagamento.

Ho pensato inoltre che la cura a queste forme di alterazione di percezione può essere solo quella del tornare a concretarsi su se stessi, ad individuarsi come perno della bilancia e non come il piatto restando in attesa di una qualsiasi inclinazione di confronto e di spostamento dell’altro “piatto”. 

Così facendo la regolazione dei nostri bisogni torna ad essere centrato e non proiettato, acquisendo consapevolezze e non continuando a ricercare conforto. È solo in questo modo che si può osservare e percepire la realtà e non il frutto di una fiaba. 

A Te.

È un piacevole equivoco quello di rimanere perfettamente incollato al corpo di qualcuno, provarne desiderio profondo e senso instancabile di movimento ondulatorio, incontrollato e rimanere fermi immobili ad osservarsi gli occhi – che già solo loro si sono penetrati – la pelle e quello strano istante in cui baciarsi con la bocca è momento superfluo rispetto al respirarsi. Respirarsi significa ricevere qualcosa che ha permesso all’altro di alimentare il proprio corpo, di renderlo vivo. 

Avere il respiro di qualcuno nel proprio corpo significa aver vissuto nello stesso corpo. 

Le cose che non posso offrirti.

Le cose che posso offrirti non sono davvero molte e ti dirò : non sono nemmeno speciali. Posso dirti che sono mie. 

Non posso offrirti i miei modi garbati, posso però offrirti attenzione, ascolto, comprnsione e empatia. Posso offrirti una serenità instabile degna rappresentante del mio continuo trasformare sogni vissuti ad occhi aperti in obiettivi e di una continua ricerca di ME stessa all’interno dell’Universo. 

Non sarò in grado di prepararti la colazione al mattino vista la mia ormai nota propensione all’astio verso il cibo, posso però dirti che mi addormenterò ogni notte accarezzandoti e dormendo addosso al tuo corpo. 

Non posso offrirti tutta la mia vita, dovrei prima inparare a viverla, posso però offrirti la condivisione della mia vita : farti entrare dentro i miei spazi notturni e  solitari. 

Non posso affermare che non ti ferirò mai, posso però dirti che ho imparato il peso delle parole sulla mia faccia quando, ascoltandole, mi hanno cambiato le espressioni del volto ed io inerme mi sono trovata la faccia gonfia e livida senza aver ricevuto uno schiaffo.  

Non posso offrirti tranquillità, ma posso darti in dono la mia ironia che spesso si trasforma in momenti di lunghe risate. 
Posso offrirti una forte forma di desiderio, possessione e appartenenza incentrata su di te. 

Sappi che entrerò nella tua vita con disinvoltura e scarpe vellutate per non fare rumore durante la notte, ricorda che io la notte vivo, basta guardare il colore della mia pelle per capire che non soffro la solitudine. Sentirai i miei passi pesanti e un pungo netto al centro dello stomaco, la mia presenza addosso e tutta intorno a te. Non ti darò tempo di abituarti alle mie emozioni, sappi che ti ritroverai a viverle senza neppure rendertene conto rispecchiate nei miei occhi scuri e lucidi. 

Mi rendo conto: non è molto. 

Mi rendo conto: non è facile amare qualcuno che poi tanto non si ama. 

Mi rendo conto che è difficile amare ME. 

Ma io questo posso offrire. 

Posso offrire ME.