Io e Te


Esisti, come quanto è vero che esisto io. Se morire vuol dire solo non essere visti, allora tu non sei morto come quanto è vero che non sono morta io. 

Poiché io assai volte mi sono smarrita è più vero che sono morta io che tu. 

Non c’è morte finché in questa grande casa che ci hai lasciato regna il silenzio, rimango sola e assente. 
Chiudendo gli occhi sento ancora i tuoi passi e il tonfo netto del tuo bastone di legno, degno e fedele alleato dei tuoi passi stanchi, di ricordi di guerra – quando ti hanno mandato a difendere la Patria – pesanti e colorati di rosso: rosso che significa solo vedere scorrere sangue nei fiumi, durante i temporali, sulle piastre di gelo e sulla neve. Sangue che riempiva i solchi della terra straniera arsa dal sole come fosse acqua di una diga appena aperta. 
Tutt’ora non sono ancora capace di continuare a scrivere di te. 

L’oggetto del desiderio 

Riflettevo sul concetto di perfezione e inperfezione, non nel senso più generico quello cioè che di solito siamo abituati a dare al senso della vita. Ci riflettevo rispettto al concetto di sè stessi e dei propri bisogni. 

Ho pensato che siamo portati a percepire gli altri rispetto a quale bisogno facciamo prevalere o dobbiamo soddisfare, così facendo attribuiamo forme e dimensioni – traducibili in caratteristiche affettive ed emotive nonché tratti caratteriali più riconducibili al senso dell’anima – che non sono altro che il frutto di euristiche cognitive che la nostra mente cerca di generare per riempire delle mancanze. 

L’aspettativa personale, in questi casi, diventa al tempo stesso alta e ingestibile tanto da ricercare nell’oggetto ambito tanto quanto spinge il nostro bisogno motivazionale di appagamento.

Ho pensato inoltre che la cura a queste forme di alterazione di percezione può essere solo quella del tornare a concretarsi su se stessi, ad individuarsi come perno della bilancia e non come il piatto restando in attesa di una qualsiasi inclinazione di confronto e di spostamento dell’altro “piatto”. 

Così facendo la regolazione dei nostri bisogni torna ad essere centrato e non proiettato, acquisendo consapevolezze e non continuando a ricercare conforto. È solo in questo modo che si può osservare e percepire la realtà e non il frutto di una fiaba. 

A Te.

È un piacevole equivoco quello di rimanere perfettamente incollato al corpo di un qualcuno, provarne desiderio profondo e senso instancabile di movimento ondulatorio e incontrollato, ma rimanere fermi immobili ad osservarsi gli occhi – che già solo loro si sono penetrati – , la pelle e quello strano momento in cui baciarsi con la bocca è momento superfluo rispetto al respirarsi. Respirarsi significa ricevere qualcosa che ha permesso all’altro di alimentare il proprio corpo, di renderlo vivo. 

Avere il respiro di quel qualcuno nel proprio corpo significa aver vissuto nello stesso corpo. 

Le cose che non posso offrirti.

Le cose che posso offrirti non sono davvero molte e ti dirò : non sono nemmeno speciali. Posso dirti che sono mie. 

Non posso offrirti i miei modi garbati, posso però offrirti attenzione, ascolto, comprnsione e empatia. Posso offrirti una serenità instabile degna rappresentante del mio continuo trasformare sogni vissuti ad occhi aperti in obiettivi e di una continua ricerca di ME stessa all’interno dell’Universo. 

Non sarò in grado di prepararti la colazione al mattino vista la mia ormai nota propensione all’astio verso il cibo, posso però dirti che mi addormenterò ogni notte accarezzandoti e dormendo addosso al tuo corpo. 

Non posso offrirti tutta la mia vita, dovrei prima inparare a viverla, posso però offrirti la condivisione della mia vita : farti entrare dentro i miei spazi notturni e  solitari. 

Non posso affermare che non ti ferirò mai, posso però dirti che ho imparato il peso delle parole sulla mia faccia quando, ascoltandole, mi hanno cambiato le espressioni del volto ed io inerme mi sono trovata la faccia gonfia e livida senza aver ricevuto uno schiaffo.  

Non posso offrirti tranquillità, ma posso darti in dono la mia ironia che spesso si trasforma in momenti di lunghe risate. 
Posso offrirti una forte forma di desiderio, possessione e appartenenza incentrata su di te. 

Sappi che entrerò nella tua vita con disinvoltura e scarpe vellutate per non fare rumore durante la notte, ricorda che io la notte vivo, basta guardare il colore della mia pelle per capire che non soffro la solitudine. Sentirai i miei passi pesanti e un pungo netto al centro dello stomaco, la mia presenza addosso e tutta intorno a te. Non ti darò tempo di abituarti alle mie emozioni, sappi che ti ritroverai a viverle senza neppure rendertene conto rispecchiate nei miei occhi scuri e lucidi. 

Mi rendo conto: non è molto. 

Mi rendo conto: non è facile amare qualcuno che poi tanto non si ama. 

Mi rendo conto che è difficile amare ME. 

Ma io questo posso offrire. 

Posso offrire ME. 

Tu chiamale se vuoi… emozioni. 

Io non lo so come mi sento: forse non sento e basta. Che poi dare un significato al ” sentire ” non è mica facile. 

Si sentono i rumori nelle orecchie, la musica o il canto e le parole di qualcuno. 

Ma sentire il dolore – oppure la mancanza – che significa ? 

Il dolore non si sente: il dolore ce l’hai addosso e ti rimane attaccato, certo peggio sarebbe covarlo e non darsi la possibilità di viverlo. E poi c’è mancanza sia essa rivolta al distacco fisico, sia riconducibile alle normali abitudini o alle emozioni. 

Parola chiave: emozioni. 

Le emozioni quelle più incontrollate e incontrollabili, quelle che arrivano e non ti fanno per niente respirare perché prendono il sopravvento anche sul battito cardiaco. 

Ecco, io fino a qualche istante fa non sentivo emozioni se non la voglia di accendermi una sigaretta in totale solitudine e scriverti. 

Dirti che non sento emozioni. 

Dirti che mi manchi tu.

Donne e sigaro 


Sono una donna e mi fumo il sigaro.Ecco, sappiate, una donna che fuma il sigaro non è donna come tante altre. 

Non vi aspettate quindi di trovare di fronte a voi una tipa incapace di parcheggiare e guidare per lunghi tragitti senza stancarsi. Non vi aspettate neppure che chieda di essere portata al centro commerciale alla domenica pomeriggio chiedendovi, con occhi da cerbiatta, quel paio di scarpe piuttosto che la borsa o il profumo faschion: una donna che fuma il sigaro la borsa se la compra da sola, compresi i tacchi che indosserà la sera per portarvi a cena fuori. Non vi aspettate neppure che sia incapace di fare l’amore e non pensate – neppure lontanamente – di poterla sbattere al muro con passione e audacia : potreste avere delle grosse sorprese quando vi ritroverete con le mani alzate contro una parete. Non scoraggiatevi quando la sentirete parlare di carriera lavorativa e vi impedirà di sposarla: una donna che fuma il sigaro non vuole essere campata. 

Ecco, da una donna così molto probabilmente – esperienza personale trentennale – si scappa a gambe tese perché contribuisce ad amplificare le insicurezze mascoline di tanti ometti abituati a tante micine. 

Una donna che fuma il sigaro è diversa: sappiatelo.