Sogni d’estate

la mia vita

La morte è la fine di un tempo. Un percorso, un ciclo che viene aperto per essere chiuso. Porta una data ben precisa che prima di essere impressa su di una lapide, infligge sulle persone la rottura dei legami fisici. Emotivi. Comunicativi.

Si porta viva i sorrisi. L’odore, dalle stanze e dai vestiti. Le file dal medico, poi in farmacia. Le notti sveglie mentre affanni ma non sai più dormire .

Gli anni, si trasformano in calendari che contano un vuoto soggettivo e blindato dalla necessità di mantenere vividi tutti i ricordi. Tutta la storia di un’altra vita.

  • “ Il suo tempo era finito, lo sai “;
  • “ Non può morire, io ci voglio ancora parlare “.

Apro gli occhi.

Una mano ferma in mezzo al petto.

Stavo sognando la lontananza da un’anima.

Al tempo

la mia vita

Non sono in grado di quantificare il tempo che passa, neppure ogni sentimento che lo percuote .


Ogni tanto, leggo nella notte delle immagini che la mente mi fotografa di giorno, e penso.
Vedo impresse nelle abitudini, come nella pelle delle altre persone il percorso della vita.

Della storia.

Dei solchi inequivocabili di pesantezza.
E penso .

Fin dove c’è confine

la mia vita

Sono sempre io a tornare indietro, nelle teste, dalle persone.

Torno con l’esigenza di capire. A volte anche di rimanere.

Busso sempre troppo forte e non mi spaventa creare confusione facendo rumore. Le nuche basse e poco inclini allo sguardo alto, non mi sono mai piaciute.

Piuttosto aspetto il silenzio, quello dopo il frastuono del piatto rotto a terra che continua a girare. E rigirare.

Poi mi dileguo nel nulla. Non permetto spazio alle cose, neppure alle persone. Abbandono. Sì, consapevole.

Lascio sempre ordine fin dove ho solcato terra.

Mai oltre.

Sempre

la mia vita

C’è sempre.
Come se avvertisse il momento, quello in cui i miei capelli diventano più ricci e mossi dal vento dei suoi, come se sapesse di quei miei tumulti che ogni tanto si trasformano in angoscia.
Arriva, con quel suo strano modo di pronunciare il mio nome. Con quella sua strana voglia di contenermi in un abbraccio.
Vive lontano dalla mia vita, dove è voluto andare e io non ho fatto altro che indicargli il percorso più facile e breve per arrivare.
Il meno tortuoso.
Sfugge, mentre io lo lascio andare.
Si rintana, in quella cava che ho visitato negli anni oramai passati, dove tutto è tenuto in ordine e ad ogni angolo c’è posto per poche cose. Ancora meno persone.
Torna sempre indietro quando dimentico qualcosa che è importante. Nonostante l’ora tarda. Nonostante i chilometri. Nonostante la sua malinconia. Nonostante quel sorriso che non ha più paura di mostrare anche quando fuori è estate, le strade sono poco illuminate e la luna non è ancora tutta piena.
Eppure tra noi due, quella più attenta ho sempre di essere io.

Preventivi a distanza

la mia vita

È tutto quello che non ci aspettiamo a cambiarci la vita.

Nel momento esatto in cui succede, forse per sbaglio, o semplicemente in un tempo già prestabilito.


Dal quel momento in poi niente è come prima.
Tutto è diverso da come era.


Ogni cosa può risulta difficile solo perché, alla fine dei conti, non l’avevamo preventivata.

Luna rossa

la mia vita

Esco fuori dalla porta e sento il profumo di una primavera che ha voglia di arrivare. È già arrivata. C’è nei prati. Sugli alberi. Nelle stelle in cielo che la notte brillano e si mostrano innocenti.

Mi è sempre piaciuto ammirare la notte e i suoi pensieri. Ho sempre pensato che rendesse vive le emozioni e permettesse a tutti di sperare. Di sognare. Di chiudere gli occhi e vivere.

Avevo dimenticato di quanto ammaliante potesse diventare la Luna. Del riflesso di cui vive e quello che invece genera. Come uno specchio che mostra un’immagine.

Il gioco dell’illusione vale solo se poi torni ad aprire gli occhi . E vivi.

Ad Maiora

la mia vita

Per comprendere l’essenziale,

il bene mio,

ho girato quasi tutti i confini con il mondo.

Nonostante le devastazioni,

gli inganni,

le lesioni, sul mio corpo

ho compreso che io ero ancora viva,

quando ho sentito di avere ancora emozioni.

Il dolore è un sentimento fisico.

Il respiro affaticato, un sentimento dell’anima.

Le scelte che compi,

rivolte verso l’odo

o verso il perdono

sono queste che possono cambiare la storia della vita.

Crescita

la mia vita

Si cresce quando impariamo a ridere di noi stessi. Delle disavventure. Dei difetti. Quando delle mancanze facciamo una virtù consapevole. Specie se quello che manca è una difficoltà che andrebbe superata solo attraverso la vita. Il tempo che passa. Il rumore del silenzio che spesso si appassiona pure lui a sfuggire negli attimi, intrinseci di respiri.

Si cresce quando al posto della sola Luna, godiamo anche del Sole. Pur non essendo abituati alla troppa luce che arriva fitta negli occhi. E l’istinto è quello di chiuderli ed evitare il bruciore intenso. A poco a poco, la volontà di vedere calma, trasforma e allevia quell’attrito nelle pupille. Fino a fare entrare i raggi di un Sole cocente.

Si cresce quando impari la gratitudine. Il rispetto delle buone parole e il peso che esse portano scritte. Quando prima di dormire concedi di respirare al corpo, che pure lui chiede di essere lasciato nella calma. Rigenero e ristoro, prima del sonno.

Si cresce quando impari l’amore. Sentimento nato dalla convinzione che l’umano nasce come essere egoista incapace di vivere solo. Educarsi all’amore, quello che accompagna alla condivisione della vita e sopperisce allo stato primordiale. Definizione non coerente e poco avversa a spiegare l’amore incontrato da quello scelto. L’amore, quando lo incontri lo riconosci ancora prima di averlo provato. Lui è già lì da qualche parte che inizia a fremere prima di te. Ti ha già corrotto portando un odore, un sorriso. Un ciao. Ed è solo dopo averti dato l’addio che cresci. Maturi.

Scegli di girare a destra, in quel vicolo dove l’amore lo crei.

A sinistra, dove le strade s’incrociano e formano un bivio, ti sei fermato nel centro. Col pensiero altrove. Le mani in tasca. Inavvertitamente, quell’odore. Di nuovo quel sorriso. Ancora quello stesso ciao.

Allora giri a destra.

Gira a destra.

Traguardi vincenti

la mia vita

Le frustate vanno date fino alla fine. Ancora ad un metro dopo la vittoria.

Così mi hanno detto. Ed proprio così che mi stanno insegnando.

Vince chi combatte. Colui che corre e seppure stanco, corre ancora dopo avere superato il traguardo.

Io oggi ho vinto. Mi sono sfasciata le gambe. I piedi. Non sento quasi nulla emotivamente. Solo andrenalina in circolo nonostante il mio battito lento. Sento solo di aver tagliato un nastro che aspettava solo me. E io lui.

Ci siamo trovati. Giusto l’uni per l’altra.

Sento l’esigenza di tornare a casa. Sento che è un posto in cui starò sempre di meno. Qualcosa di più grande mi sta chiamando. E io lo sento. Nell’eco delle orecchie. Non ne conosco la direzione. Eppure c’è. Lo avverto nell’aria che oggi sto respirando.

Gloria.

la mia vita

Faccio sempre così . Ancora ora.

Da buona nuotatrice quale ero.

Mi tuffavo nell’acqua più profonda ad occhi chiusi. Pur sapendo che quella non era la giusta regola. Pur sapendo che bisogna avere sempre negli occhi un punto fisso dove atterrare, anche se di acqua stiamo parlando. Quando si tratta del mio corpo, le regole le stabilisco io. Insieme a lui.

E cadere proprio lì , dove avevi pensato.

Solo che a me è sempre piaciuto toccare il fondo . Lo strato più basso dove senti il pavimento. E anche il cuore sotto sforzo. Che quasi non respira più.

Poggiare i piedi a terra, alzare la testa. Verso l’alto dove invece dell’acqua trovi il cielo.

Darmi una spinta secca. E risalire .

Al trotto o al galoppo

la mia vita

È una spada lanciata con forza sul campo di guerra. Separa l’aria in cielo e falcia la luce, piantandosi a terra. Apre una crepa che presto sarà riempita di sangue.

Forse il mio. Forse il tuo.

Ad ognuno il suo grido di battaglia. A ciascuno la sua guerra da affrontare. Una voce che sbraita un coraggio. Quanto coraggio.

Arceri in prima battuta. Schierati in linea retta, pronti a stendere un arco tirato tutt’indietro. Una mira lunga. Una freccia che si conficcherà in qualche parte del corpo. O del cuore. Bisogna essere capaci di rialzarsi pure se colpiti. È solo l’inizio di lunghe cicatrici da rimarginare.

Cavalleria pesante. Ecco quella alza la polvere. Attacca il nemico per sfondare ed aprire un varco per la vittoria. Quando si muove scuote la terra. Tutta assieme crea un eco. E se sei a terra , la senti palpitare nelle vene. Tanto che il corpo trattiene l’equilibrio nutrito solo dall’ardore di annientare il nemico. Ciascuno il suo.

Cavalleria leggera. Arriva per finire gli ultimi sopravvissuti. Quelli che fino ad ora si sono retti in piedi, motivati nella guerra . Ciascuno la sua. Ognuno la propria. Vivi. La cavalleria leggera l’affronti se non sei un cadavere. Batterti. Quando le energie stanno per evadere, assieme a loro arriva pure lo sfinimento. Al proprio grido di battaglia, una spada deve essere mossa verso l’altro per restare vivo.

Al trotto o al galoppo. Zoppi o feriti.

Ogni guerra è una battaglia interna. Contro quale parola lottare lo sceglie solo chi ha il coraggio di scontrarsi e sfidare un’armata foraggiata. Sia pure una sfida contro se stesso.

Vinte o perse. Sanguinarie o integre.

La conclusione cambia ogni finale. Ogni futuro. Ciascuno si cambia il proprio. Ognuno si sceglie il suo.

La libertà, scevra da morali inquinate, è degna sostenitrice delle teste alte. Delle visiere alzate alla gloria, vittoriose.

La codardia, l’inganno come il tradimento pesano sul collo. Fino ad abbassare le teste. Anche di coloro che si pensano vinti.

Garigliano

la mia vita

Portami in un posto lontano,

In un posto che sia vicino a me,

Che tenga stretta la felicità che oggi provo

E mi lasci riposare dalla stanchezza che oggi ancora sento addosso e non mi abbandona.

Scegli attentamente dove farmi posare il passo. La vita adesso mi fa avere paura anche dell’erba tagliata su un terreno lineare, dove inciampare è difficile.

Ho vissuto nell’isolamento. Per mesi e giorni interi. Durante la notte e nelle ore del giorno. Sola. Ho scansato pure la solitudine che almeno contiene un senso del sé.

Non mi fanno paura gli ostacoli. Sono abituata a saltare e non avere preso bene la misura in cui troverò il vuoto, prima dello schianto.

Avevo solo deciso di stare da sola.

Non ti avevo programmato. Almeno non ora.

La mia vita non voleva essere condivisa finché è arrivata la tua, ad imporsi.

Così, all’improvviso.

Bianco di notte

la mia vita

Onorabile e degna ascoltatrice di sogni,

Quanti durante la notte

Aspettano coraggiosi la tua luce.

Dimmi, tu adesso, cosa stai desiderando ?

Che percorso stai promettendo a te stessa di seguire. Raccontami se hai ancora voglia di brillare, a fasi alterne, vestita per metà o d’intero candore bianco.

Hai voglia ancora di esistere in un tempo che non è capace di definire un ” per sempre ” ?

Di ascoltare silente la forza dei pensieri che solo tu capisci. Di quelli muti e spesso incomprensibile agli stessi umani che fecondi di solitudine e paura, affidano a te quei parti notturni, lunghi e travagliati. Doglie complicate. Fitte e ferite che si vedono solo scavando dentro le fosse interne delle persone.

Vorrei io, una notte, sedermi e lasciarti raccontare chi tu sei. Quale amore provi e se tu ne hai uno stretto nel tuo cuore.

Vorrei io, sorridere dei tuoi guai. Sapere che anche tu sai indossare un corpo e se questo pulsa di sangue come il nostro.

Alla Luna.

Colei che mi rigenera.

Sempre.

Stati annebbiati.

la mia vita

Ho paura di non farcela. Ho paura che il mio corpo non reagisca in tempo a quelle che sono le mie date ufficiali. Un presente che si chiude un futuro che si apre scandite dai numeri cerchiati sul calendario.

Ho paura che non mi passi lo stato influenzale in cui mi trovo che mi ha sorpresa stanca. Stressata. Concentrata , troppo sempre e solo sui miei libri . Pensavo di potere tenere il passo. Un passo secco e pesante . Invece sto imparando da una fottutissima influenza che il tuo corpo non lo programmi . Non puoi decidere quando ammalarti e con quale intensità . Non puoi programmare quando guarire .

La pazienza. Sto imparando ad avere pazienza ed aspettare che il tempo passi . Che faccia la sua strada e lasci a me, percorrere la mia.

Quindi ora piango .

Non so neppure bene il motivo per cui lo faccio. Sento solo di averne bisogno mentre ho ancora i crampi sulle cosce e sulle braccia che mi stendono e mi fanno male. Un orecchio tappato . Nessuna concentrazione . I fasci dei linfonodi che mi tengono bloccato il collo . La faccia gonfia. Un dolore forte al petto ogni volta che tossisco che mi spaventa solo all’idea di sapere che tornerà.

E io che ho paura.

Ed io che piango.

Rosso al tramonto

la mia vita

Un cielo rosso di tramonto,

Nascosto da un albero nudo. Marrone ruvido con delle rughe biancastre.

Quelle montagne che sembrano tutte uguali. Poste all’ombra, appaiono nere.

Non si scorgono case fumanti né luci. Né percorsi stabiliti.

Il silenzio domina insieme all’aria che trasforma la luce. Tende verso il buio. Una quasi notte che ancora permette la vista.

Un sole che incontra la luna.

Una metamorfosi costante nel tempo che riavvia l’evoluzione.

Un istante in cui l’ultimo granello di sabbia attraversa il centro più stretto di una clessidra, finendo sul fondo. Insieme a tutti gli altri.

Una magia che l’uomo contempla. Di cui solo l’Universo è unico e capace di compiere. Tutto viene capovolto. Una nuova vita, una nuova possibilità. Un gesto semplice e divino.

Una clessidra che si gira.

Un nuovo tempo, un nuovo spazio. Un insieme di granelli che ricominciano la loro discesa.

Anoressia. La mia.

la mia vita

Non parlo mai della mia anoressia. Mia, poiché è stata solo mia per qualche anno. Era come se fosse una parte di me che si era staccata per proiettarsi. Un’ allucinazione concreta, come quella dei pazzi. Mi ha accompagnata per un tratto della mia vita. Presa sotto braccio e durante il cammino della mia esistenza, spesso avrebbe voluto che io scegliessi un incrocio diverso. La morte invece che la salvezza. Ma comunque, dicevo, non ne parlo ma allo stesso tempo non ho problemi a farlo quando qualcuno si accorge, ancora oggi a distanza di tanti anni, di alcune mie difficoltà durante i pasti. Come dell’esclusione di alcuni cibi dalla mia solita alimentazione e l’incapacità di mangiare quello che per la maggioranza delle persone è ” normalità “.

Quando si toccano strati profondi, come ho fatto io, l’anoressia diventa qualcosa con cui bisogna imparare a convivere per tutta la vita. È sempre presente. Sempre. Basta un attimo di distrazione, un momento in cui vacilla l’equilibrio interno che torna. Torna più incazzata di prima, decisa a mandarti nella tomba. Senza pietà alcuna. Come neppure i boia più spietati che prima di tagliarti la testa, ti lasciano guardare ancora per un solo attimo il cielo sopra di te. Ecco, neppure quello.

La deformazione del corpo, la mancanza di capacità di riconoscere il tuo volto, la magrezza . Il vomito. I vari svenimenti. La paura e il terrore degli altri di non saperti salvare. Se ne esce. Cambiati, distrutti. Affannati e stanchi. Ma è possibile.

Toccare il fondo. Non solo con i piedi, ma con tutto il corpo, questa è stata la mia salvezza . Un corridoio dal soffitto bianco e una flebo messa in vena sul braccio sinistro. La pressione che scendeva. Fino quasi a scomparire. Io che cado da una barella. Quasi soffoco, non sento più il mio respiro. Subito dopo sembra quasi di vedermi dall’alto. Guardare la morte e decidere per quella che sapevo essere l’ultima mia possibilità di scelta dove stare. Cosa fare. Se vivere o morire.

Ora sto scrivendo a distanza di quasi sette anni dal mio ultimo collasso. Oggi mi hanno chiesto della mia strana alimentazione. Ed io ho sorriso. Ho raccontato senza vergogna l’altra me. Che non è più con me.

Non è difficile capire quale bivio ho scelto.

Ma quale sorriso indossare, quello sì.

L.

Acqua

la mia vita

È solo acqua.

E come l’acqua che scorre, trascina e attraversa oltrepassando i confini, anche io sto evolvendo la mia natura. Me ne accorgo io. Lo comprendono anche gli altri. Pur senza che io lo dica. O me ne preoccupo di farlo notare.

Vedo e scatto. Il mio occhio sembra essersi trasformato. La mano che prima tremava, che aveva paura a premere un bottone adesso è ferma. Collegata all’occhio. Imprime quello che voglio. Non ho bisogno di chiedere più alcun permesso. Ho sicurezza di agire ed avere quello che osservo.

Scrivo. Racconto una vita che mi ha portato consapevolezze. Che non si è risparmiata di darmi tante botte sullo stomaco. E che strano è sentirsi una pancia viva di emozioni. Invento modi di scrivere. Dissacro le forme più comuni che la poesia contempla. Anche in questo, come in altre cose mi sento evoluta.

Sto imparando dall’acqua. Quella che dopo un po’ decide di non voler stare più dentro un margine e s’avvia dunque verso un viaggio. Sconosciuto.

E io sorrido. Anche adesso.

Sentenze

la mia vita

Sogno una lingua che percorre una pancia fino a salire al petto. Sogno questa scena ad occhi aperti. Almeno da qualche giorno.

Vedo un mobile bianco. Non tanto alto. Di quelli che trovi facilmente, anche sotto i pollici collegati ad uno schermo. Dalla linee pulite, senza adorni. Largo quanto basta per contenere le forme preziose di una donna che ci rimane seduta sopra. A gambe divaricate. Dinanzi, un uomo. Che contento è fermo e silenzioso. Non parla mai.

Quando arrivo con lo sguardo fino a guardare il suo collo, per immaginare un viso, mi fermo improvvisamente. Sussulto. Apro gli occhi e subito dopo abbasso la testa. Ricordo di conoscere quel corpo che sto vedendo. Sarei in grado di riconoscerlo ad occhi chiusi anche fra cento anni. Anche in mezzo ad un esercito di soldati. Quindi mi fermo istintivamente. Non è un processo di negazione, il mio. Neppure di rifugio per la mia anima.

Quel viso lo detesto. Vorrei non vederlo. Vorrei non ricordarlo. Coscientemente mi disgusta. Forse più del suo corpo. Buttato più volte nel pattume. Vissuto in condivisione di frivolezze forse agli angoli delle strade e qualche volta in mezzo a delle lenzuola. Che di candido potevano avere solo il colore. Che poi devono essere lavate e strofinate per bene. Far lavare gli umori. I sapori.

Non è la scena che mi spaventa . È la tristezza umana che non voglio osservare quella che mi catapulta nella realtà. Poiché io ho scelto di vivere in una vita che è profondamente bella.

Amen

la mia vita

Nel nome del Padre..

Ossia un nome vero. Importante. Di un Dio onnipotente capace di guarire i mali. Tutti i mali. Un padre che protegge all’interno di un cerchio che si forma dalle sue braccia aperte.

E del Figlio..

Quel figlio generato da un solo peccato vissuto sulla crosta della Terra. A volte arida, altre fangosa. Certo, non del tutto morta.

E dello Spirito Santo..

Uno spirito leale e amico. Nostro alleato e degno combattente. Colui capace di abbandonare la vita sua e venire a fortificare la nostra.

Amen.

Ciascuno di noi è fedele a qualcosa. A qualcuno. Un Dio, una statua. Una piramide. Una forza celeste visibile o solo immaginaria. I riti, i gesti, le preghiere, sono illusioni concretizzate che servono agli uomini per vivere. Credere. Sentirsi protetti proprio come dentro quelle braccia del Padre.

È straordinaria la forza interna degli uomini. È così maestosa, da essere capace di infondere energia anche alle materie più fredde e spigolose. Anche ad un segno che forma una croce sul proprio corpo.

Anche ad un sorriso.

Sì, anche a quello.

La vita buona

la mia vita

Nella vita. Oggi so che tutta ha un senso.

Ho smesso di credere nel destino ed ho iniziato a cercare la destinazione.

Ho smesso di rincorrere cose e persone. Ed ho capito che l’essenziale è intorno a me, c’era già. Anche quando guardavo altrove. E io ancora non avevo occhi giusti per notare. Accogliere.

Ho capito che la fissazione e la malinconia sono alleate del malessere. E chi se ne fa abbindolare, muore lentamente con se stesso.

Ho preferito creare un punto, in un posto che neppure io bene conosco. Metterci sopra i miei piedi. Ruotare assieme ad un sistema e capire che non si tratta di ego ma solo amor proprio.

Ho smesso di trovare scuse alle colpe degli altri. E ho ben capito che il tempo è una cosa preziosa. Unico. E per tale forma di unicità, merita di essere contemplato. Ogni giorno.

Ho capito che anche il Sole di Gennaio scalda il corpo. E che vivere sempre al buio mi fa sentire davvero tanto freddo.

Tutto ha un momento preciso. Bisogna sapersi collegare con l’Universo. Chiedere quello che si è capaci di avere.

Solo quello che si è davvero capaci di possedere.

Lunedì

la mia vita

Al tramontare della luce,

Quando alla terra si avvicina il cielo scuro,

E l’acqua calma scorre nonostante il freddo

Che a me, penetra nelle ossa e incresca i capelli.

Un momento fermo.

Solo un attimo ripreso.

Un incontro.

La bella e la bestia

la mia vita

Adesso dimmelo.

Raccontamelo.

Quale storia ti stai raccontando sviolinando note a quale di quei tanti processi innescati dalla mente.

In quale notte stai vivendo solitario, questa? Quella degli uomini, oppure sei sfociato in un orizzonte più cupo. Dove per strada ancora non ci sono i lampioni. E la luce nelle case è fatta di candele bianche, penzolanti su un lato. Ammorbidite dalla loro stessa fiamma .

A quale forma assomiglio, in questo istante ? Paura, forse. Malinconia. Oppure alla sua più stretta sorella, la nostalgia. Quali sembianze mi hai dato. Sotto quale profilo mi stai guardando.

Quale amore mi stai regalando. Stai tenendo stretto, al sicuro da tutti, per me. Quello che non dici e quello che non racconti . Quello che poi piangi da solo, mentre le lacrime cascano a terra, senza fare nessun rumore e si allargano dentro i margini che formano i confini di una mattonella.

Sarebbe meglio chiederti, chi di te mi sta inventando.

Quale dei tuoi sogni mi sta facendo vivere. Quale vento adesso mi sta spogliando. Quale delle tue mani mi sta sciogliendo gli ultimi nodi lungo i capelli.

Ti ho voluto anche quando avevo deciso di non volerti.

Ho percepito la mia vita diversa dalla tua e ho raccontato a nessuno che in fondo eravamo portatori dello stesso identico gesto e sapore .

Questa è solo una notte.

E io non ho ancora spento la mia luce.

Buon Natale :-)

la mia vita

Mi sono divertita a creare questo video. Molto breve. Incisivo . Essenziale.

Dura 37 secondi.

Utili anche solo per cambiare una vita .

Non vi pare ?

L.

Rosso filo

la mia vita

Come le mani che si fermano alla fine di quei ricci scomodi che s’annodano fra di loro.

Così accade quando più pensieri si accavallano e fremono per galoppare dentro la testa.

S’intrecciano.

Perdi il filo conduttore. La matassa è sempre più ampia. Gli occhi non trovano una via d’uscita .

Prima di ricomporre il tutto, passa tempo. Dentro si porta lo spazio che intercorre tra te e l’essere vivo. Per davvero .

A me le favole

la mia vita

Ho sempre creduto alle favole. Quelle a lieto fine. Ho sempre creduto a quelle forme d’amore più recondite, quelle che gli umani smettono di sentire quando diventano grandi e tristi e non trovano mai le forze per sorridere alla vita. A quelle mani dal cielo che vengono allungate sulle persone terrestri da quegli Dei spavaldi che provano a spingerti verso la direzione giusta. Che muovono il vento, per incoraggiarti a ricordare come si vola.

Io sono frutto di una storia a lieto fine. I pochi, quelli a cui la racconto, sanno a cosa mi riferisco. Quella magia la porto tatuata sull’osso della mia spalla sinistra. A memoria delle mie origini. Di chi sono. Da quali persone proviene e si è generando, mischiandosi, il mio sangue. Coloro che mi hanno insegnato a credere nella forza dell’amore. A sentirlo in basso, nel ventre . Dove finiscono le costole , lì dove ogni protezione scheletrica si conchiude. Io sono il frutto di un amore coraggioso. Voluto. Sentito.

Ho preferito anche io abituarmi ad indossare varie rossetti. Dal rosso vino, all’amaranto, l’arancione, il rosa confetto. Passo i pennelli sul mio viso e decido quali contorni evidenziare. Le ombre da scurire e i ricami da apporre sugli occhi. Sono capace di indossare tacchi e ciabatte. E spesso inciampo correndo scalza. Nel mio cassetto, sotto quel vetro grande in cui mi trasformo, sono posti quegli attrezzi che trasformano la mia immagine. Ogni volta che lo apro, sento scorrere verso di me la libertà di essere chi non sono . Chi non voglio essere . Chi ho imparato ad evitare.

La notte. Lei è maledetta . Mi porta sempre la verità . Quanto vorrei poggiarmi sul cuscino portando ancora un rossetto e non mi importa di quale colore . La notte è molesta. Riprovevole. Mi conduce e mi obbliga a portare con me un viso scoperto .

18:54 Work in progress

la mia vita

Proprio io. Proprio a me.

Che ho sempre ragionato sotto forma di pensiero composto da linee rette, margini definiti e contorni evidenti. A me.

Dal bianco al nero senza mai attraversare altri confini di colori. Senza mai invadere neppure un misero grigio apparente.

Proprio a me.

Che sto trasformando parole in varietà di colori e linee rette in cornici dove appendere la fantasia. Tratti morbidi, pennellate e rigidità evolute in gradazioni meno ricalcate.

Si chiama paura, quella che ho avuto fino ad ora.

Si chiama solo paura e bisogno di confini dentro cui stare a proteggersi dal mondo.

Rifiuto umano

la mia vita

Le debolezze . Ecco quelle non vanno mai mostrate. Neppure raccontate o fatte fiutare.

Coloro che ne verranno a conoscenza faranno di esse un’arma micidiale , capace di atterrare nel giro di pochi secondi. Senza possibilità di risalita.

E fate bene attenzione, toccare un fondo significa sì avere un punto fermo di appoggio, dove atterrare con i piedi e darsi lo slancio per la risalita . Ma anche rimanere in apnea per molto tempo, senza ossigeno e con le vene gonfie che comprimono sul collo.

Questo, per la maggior parte delle volte.

Altri invece, non se ne renderanno neppure conto di avere di fronte qualcuno che è stato capace di abbassare il muro. Il proprio muro. Proprio quello che separa la maschera o un bel trucco dalla verità più pura.

Le salite

la mia vita

Riprendiamo a camminare tutti. 

Ciascuno rammendando il proprio passo. Un ritmo. 

Camminare è di solito un momento condiviso. Le corse sono spesso solitarie. Sono lunghe ma necessarie. Si è sempre stanchi a metà del tragitto, quando sembra di aver intravisto la fine, ed invece si apre davanti la salita. Ripida e scostante. 

La fine. Quante volte l’abbiamo implorata di venirci a trovare. 

Chiamata. Interrogata. 

Senza acqua.

Soli.

In estate, in inverno. Ogni cambiamento può aver attraversato, cambiando un corpo. Esposto, senza troppe protezioni alle intemperie di un percorso. 

Parlo di quel cammino che i buoni pensatori amano definire “ viaggio della vita “. 

Le ginocchia, quelle nonostante la volontà, lo sappiamo bene, cederanno. Sicuramente faranno male, inizieranno a scricchiolare sempre di più. Ad ogni passo, sempre di più. I piedi, ecco quelli saranno aperti dalle vesciche. E di certo non saranno le scarpe a salvarci. Le consumeremo e saremo costretto a lasciarle durante il percorso. La fatica è la salvezza dell’essere umano. Ti costringe a buttare via dalla groppa quello che non ti è necessario. Che appesantisce e ti schiaccia a terra. 

Senza tregua.

Con qualche sosta. 

Mai.

La tazza blu

la mia vita

Mi accompagna, spesso durante la notte il sapore amaro della tentazione che si mescola con quella mia tazza di Thé freddo che bevo sempre alla sera, anche d’inverno.

Rimane insolito, sempre inappagato come il fondo blu e celeste che vedo sorseggiando le ultime gocce di acqua mescolata a quell’infuso giallastro, zuccherato al punto giusto.

Un sollievo al palato prima di dormire. Un augurio di sentire freddo sui denti bianchi, una voglia che si ripete ogni sera. Desiderata.

Convenienza

la mia vita

Sono sottili i suoi rami.

Alcuni, quelli più dritti, mirano verso il cielo.

Altri, invece, che rimangono inclini alle tempeste e si aprono come rose sfiorire, catturano le gocce dell’acqua; una sola per ogni singola foglia.

Una che rimane attaccata, sembra quasi aver paura di cadere a terra e scomparire dentro un fiume, diventare invisibile.

Un gioco di convenienza, rimanere piuttosto che lasciarsi cadere.