Ferma

Sono solo ferma sul dorso delle sue mani , ricoperte da una pelle più scura della mia, che invece è bianca, e poco incline ad essere imbrunita dal sole.

Sono solo ancora ferma sul dorso della sua schiena che disegna una linea perfetta al centro di un corpo, rifinito in ogni suo dettaglio, che richiama alle più antiche arti di contemplazioni divinatorie, impregnato di odori che generano legami di dipendenza.

Sono solo ancora ferma un instante, un tempo in un piccolo momento.

Lo sono ancora per poco, giusto il tempo di diluire i miei stati emotivi dentro un tempo apparente che tento di definire nuovo.

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Aprile

Aprile è il mese della rinascita, dei trattori che arano la terra e preparano il terreno per le coltivazioni, delle donne chine lungo i solchi tracciati e delle loro gonne lunghe a stampe fiorate.

È il mese degli uomini dalle braccia forti e le mani grandi. Di quelli che escono all’alba sbracciati e non sentono freddo, di coloro che si guardano il tramonto alzando la polvere nelle terre tenendo sempre lo sguardo dritto poiché sanno quale strada seguire.

Nei prati, hanno tagliato l’erba: era alta.

A pochi centimetri dal suolo, di prima notte, vola una lucciola.

Una sola.

Breve.

C’ho l’Anima che strilla dietro una finestra aperta, da cui non entra il sole, e fuori pioviggina.

I piedi freddi, le mani pure.

Lo so.

Quello che eravamo capaci di fare era respirare lo stesso respiro e quello ci bastava, era un sollievo.

Quello che eravamo capaci di dirci lo facevamo sempre muti e in silenzio, giocando entrambi con i nostri occhi neri e poi quelle mani sul viso: quasi una tenerezza, quasi una possessione sfiorata.

Quello che eravamo capaci di perdonarci erano le lunghe rincorse di parole che ci dicevamo e poi maledicevamo.

E poi, un ricordo malizioso mi strabilia il volto portando sorrisi.

Poi, ci guardavamo.

Dentro i miei giorni

Disorientata, spesso avvolta in un fascio di nostalgia appesa ad un filo trasparente, invisibile e tagliente come le lame dei coltelli affilati con cura e precisone che trafiggono senza rumore e lasciano spazio alla ferita sanguinante.

Che poi quando sei bambino puoi piangere ed urlare anche solo se sei caduto a terra per sbaglio e ti sei sbucciato le ginocchia.

Quando sei grande le ferite delle lame affilate, nel momento in cui te le trovi piantate in corpo, le devi disinfettare da solo: è certo che non puoi piangere come è certo che per ricucire i margini dei lembi strappati della pelle, la prima cosa che devi fare e alzarti da terra.

A muso duro

Verrò a cercarti nei soffitti bianchi di quelle stanze colorate che sembrano sempre spoglie e senza vita

Di occhi scuri, aperti alle immagini che tacciono e nelle pieghe delle mani stanche che nel vuoto non ti hanno incontrato.

Sotto ogni lenzuolo che nasconde un respiro caldo e sogni assaporati sulla pelle nuda e da quelle ombre riflesse sui muri che si sorridevano timidamente quasi a volersi nascondere, quasi a sentirsi vive pure loro.

Verrò a cercarti lungo un tempo frettoloso e annebbiato da pensieri poco vissuti e vestiti trasandati, gettati via e mai piegati dalla fretta di vivere sussulti a voce mai spiegati.

E le mani, le stesse che non si fermavano mai davanti le prigioni della mente, dei luoghi, di quella clessidra capovolta dentro uno spazio vivo e compreso.

Verrò a cercarti ma sarò così brava e assente che tu non lo saprai mai.

L’immaginazione

Accanto ai pensieri dove ci si strofina le labbra con l’immaginazione –

Ho lasciato le tue mani intrattenersi con le mie, sotto e dentro l’ignoto che a fatica vedevo sbalzare fuori tanto era divertente passeggiare sopra ogni spazio della tua pelle.

Trattenere il respiro e cercare tempo per sospirarti addosso o dentro di te era il mio gioco intrigante e proibito preferito.

Inganno le mie labbra rossastre, screpolate e ancora piene di quel respiro ansimante nell’attesa di ritrovare le tue in qualche dove.

In qualche spazio riflesso in quell’immagine ferma nei miei ricordi più saturi.