Buon Natale

Oggi è Natale e io ancora non ho imparato a sopportare le ante degli armadi aperte, la confusione dei rumori alti che mi creano indigestione come i pomodori sulle bruschette appena tagliati.

Mi sarei voluta impegnare quest’anno, avrei voluto scrivere una lettera lunga al mio Babbo Natale – quello che è un po’ di tutti coloro che hanno o possiedono ancora la magia nei pensieri, che sanno far volare una slitta, senza usare la bacchetta magica – ci avrei scritto dentro due o tre desideri, per me. Per la mia vita.

E poi arrivano le feste, le luci colorate che illuminano gli alberi, le strade, i portoni e i balconi delle case. Le candele accese sulla tavola, ai bordi dei camini. Odori che si mescolano nelle stanze ed entrano dentro su per il naso, come l’aria e sembrano condurti verso momenti estrapolati dalla vita normale – riflessioni proprie che arrivano sempre e solo quando ti siedi solo, in mezzo al buio e niente più fa rumore, neppure l’orologio grande che è sempre appeso in cucina e tintinnia allo scoccare di ogni minuto – così, pare accada.

Avrei voluto scrivere per chiedere, e mi sono ritrovata invece ferma a ringraziare qualcosa che non vedo con i miei occhi, qualcosa che bene non sono capace di definire ma forse potrebbe chiamarsi Babbo Natale, oppure speranza, oppure semplicemente Natale.

In questo anno ho imparato la costanza che è la mano di un braccio forte chiamato pazienza. Il calpestare il tempo, come fosse erba fresca, pensando di aver corso più veloce, non capendo che a volte è stato lui ad attendere me, senza volare mia come una freccia d’arco schioccata verso un bersaglio. Ho partorito l’idea della parola gratitudine, verso le cose e verso le persone, accettando di avere bisogno anche io, del sostegno e vibrazioni positive. Lasciare la malinconia, sopire beata in un letto, smettere di guardare sempre verso il basso alla punta dei piedi, cercare l’abbronzatura della mia pelle bianca guardando fisso al sole di ogni stagione, alle nuvole ferme e a quelle in movimento, a tutte le cime più alte degli alberi. E poi ancora, ho avuto davanti e negli occhi la pietà per dei corpi deformi, dei visi storti e delle menti allucinate, degli individui esternamente adulti aventi menti da bambini. Assieme alla pietà, l’impatto visivo ha creato devastazione in me. Fino ad arrivare a capire che l’unico problema serio e reale lo avevo solo io, incapace di relazionarmi, ferma nei miei manuali di medicina psicodiagnostici, dentro trattati di letteratura clinica e fisiologica. I miei occhi, stavo usando solo lo sguardo per capire. Nulla mi è servito come ammettere di essere sbagliata. Di voler dare benevolenza, senza averne mai ricevuto richiesta. Che non esiste un vincolo. Che un limite è solo negli occhi di chi lo vive.

Io, a me, che sono abituata a male trattare il mio corpo nato sano, che non si è dovuto adattare allo sguardo di una strana società che giudica quello che vive nelle proprie paure, le stesse che proiettate sugli altri generano distanze piene di solitudine.

Il peso specifico della gratitudine.

Oggi, ora, se solo potessi avere delle pretese, chiederei a quell’uomo vestito di rosso sempre allegro e pieno di gioia di non farmi morire il cuore. Di essere sempre capace di sentire il mio battito e di riconoscere le sue variazioni. Di avere ancora emozioni dentro e fuori di me senza avere paura di mostrarle. Vorrei solo tornare ad avere un po’ del mio cuore, vorrei solo percepire ancora sensazioni.

Grazie.

L.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...